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“Sette colpi al portone del Castello di Siliqua”. Il nuovo romanzo di Nicola Morea
Storia d'intrighi e di complotti ai tempi del Conte Ugolino
Il sogno come mezzo per viaggiare nel tempo alla ricerca di risposte alle domande scaturite dalla visita alla suggestiva dimora arroccata.

Nel nostro immaginario,legato a sopite reminiscenze scolastiche,il Conte Ugolino della Gherardesca è sempre apparso nel medesimo “fermo immagine” di un individuo definibile “atrocemente famelico”. Complice l’incipit di quella celebre terzina “la bocca sollevò dal fiero pasto…”,visione probabilmente non veritiera,che ci diede il sommo poeta collocando il nobile pisano in un lago ghiacciato del nono cerchio infernale insieme ai traditori della patria.

Chi vive in Sardegna sa,sempre vagamente,che il gentiluomo toscano ricopriva un certo ruolo politico a metà del 1200,non foss’altro per via di quel castello di Siliqua noto anche come castello del Conte Ugolino,appunto.

Potremmo definire l’autore Nicola Morea,partenopeo di nascita ma sardo d’adozione,come una sorta di novello Caronte perché,come l’abile traghettatore,guida le nostre anime perse nel marasma della memoria,verso la luce dei fatti che videro protagonista il Conte ben sette secoli or sono.
Il sogno è usato come mezzo per viaggiare nel tempo alla ricerca di risposte alle domande scaturite dalla visita alla suggestiva dimora arroccata.

La storia è raccontata nel dettaglio,secondo una ricostruzione puntuale,e verosimile,delle vicende in questione,qua e là è arricchita con invenzioni e divagazioni piacevoli.
Il lettore è catapultato in un mondo ricco di intrallazzi e tradimenti,scontri e rivolte,inganni e tensioni,minacce e vendette,lotte intestine ed assassinii,complotti tra nobili e religiosi,tra guelfi e ghibellini…in un articolato mosaico dove alla fine tutte le tessere trovano una collocazione logica e chiara.
La “trovata” più interessante è quella di aver saputo conciliare,con garbo ed equilibrio,un episodio legato essenzialmente alla narrazione storiografica,con la divagazione romanzata,senza nulla togliere alla sostanza dei fatti ”veri” relativi a un’epoca ormai lontana. Dalla lettura dell’opera se ne esce con animo pago per aver gustato la vivace descrizione dell’atmosfera di quei tempi e per aver indagato su qualcosa in più della vicenda dantesca.
Lo scrittore ci ricorda,ahinoi,che l’umanità,a discapito dello scorrere del tempo,non è mai cambiata e,al cospetto di simili drammi che si consumano tuttora sotto i suoi occhi,lo sguardo rimane cieco e non curante.
Al temine di questa narrazione onirica si ha la consapevolezza che se Dante Alighieri ha tolto la dignità ad un uomo,prima ancora che ad un personaggio storico,Nicola Morea riesca a restituirgliela,riabilitando alla nostra memoria quell’immagine crudele,illuminandola di pietà.

"Sette colpi al portone del Castello di Siliqua",Scuola Sarda Editrice,pag.237 – Dicembre 2011

Daniela Deidda

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