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Poesia dell’autoritratto. Intervista a Valentino Mannias

Valentino Mannias – premio Hystrio 2015, tra i 4 italiani selezionati per l’Ecole des Maitres – propone al Teatro Massimo di Cagliari Giovanna detta anche Primavera, nelle date 21 e 22 marzo, alle ore 10.30 e ainoltre sabato 23 marzo, alle ore 17.
Giovanna detta anche Primavera sarà il 16 maggio Theaterlab, 357 West 16 strett, a New York (http://www.theaterlabnyc.com/)

– Giovanna detta anche Primavera è il primo lavoro che ha visto la produzione di Sardegna Teatro. Provando a immaginare lo spettacolo come un organismo, quando ne collochi la nascita e, nel suo percorso di crescita, verso quale direzione sembra andare?

È una storia materna: nata in un ventre e comunicata con il desiderio di tramandare un Senso. L’esperienza è stata quella di ascoltare una storia che avesse come centro il tema della relazione con una persona per condividere la vita. Un racconto ciclico che scorre da un ventre a un altro ventre, un ventre di senso, gravido di storie sempre attuali. Mia nonna instillò così in me il germe affinché anche io potessi partorire nuove storie.
Giovanna detta anche Primavera ha a che fare quindi con un tema che dialoga con la mia vita e che pertanto muta quotidiamente. Questo determina anche il ruolo del pubblico durante e dopo lo spettacolo. Io penso che quella storia su sua cugina Giovanna, lei avesse potuto raccontarmela in quel modo solo a quell’età, potendo ormai osservare con distacco e saggezza quella natura dilaniante che ci coinvolge in una storia d’Amore. Noi siamo in un altro punto dell’esistenza, stiamo vivendo quella storia. Credo quindi che sia importante che il modo in cui la raccontiamo cambi di volta in volta, che quella storia si scontri con noi, mentre cerchiamo con il pubblico quel Senso di cui abbiamo bisogno.

– Alla luce anche di Esodo sembra esserci nella tua poetica – almeno in questa fase – un dato irriducibile di biografismo. Su quale rapporto tra realtà e finzione investi?

Investo su una materia che sia innanzitutto in grado di contagiare uno slancio poetico agli altri, che riesca a uscire da me. In questo senso più che alla biografia, penso all’autoritratto, in quanto pratica che si avvale di dati dal reale, per poi lasciare spazio all’espressione artistica. Questo è il modo che ho avuto di ascoltare le storie, prima di scriverle: l’assuzione che non tutto riguarda in primis me, le mie paure, i miei desideri, ma che tuttavia parlando di altri, parla anche di me.

– Sei reduce da un’esperienza importante all’Ecole des maitres. Quali sono gli aspetti su cui stai sviluppando un ragionamento – come attore e come autore?

In primo luogo porterò con me il significato politico del fare teatro con tanti autori di parti diverse del mondo. Se ci fossero più compagnie con persone che di diverse parti del mondo, riusciremmo a contrastare l’inutile sovranismo imperante e a ridere dei sacri confini delle patrie. Nel momento in cui io parlo la tua lingua e tu cerchi di parlare la mia, avviene poi un miracolo espressivo, tutte le persone sembravano più belle.
Ho incontrato in quel contesto attori meravigliosi concentrati in una cosa speciale: raccontare all’altro la propria cultura. Sull’aspetto linguistico mi ha segnato tanto, costringendomi a riflettere su quali siano i segni fondamentali da mantenere nelle traduzioni.

In secondo luogo ho appreso un certo artigianato dell’arte, un modo di lavorare con gli attori cercando di esprimere prima di tutto ciò che è importante per loro. Parlare con gli attori, scrivere per loro ogni giorno fino alla messinscena. La concezione dell’artista che conosce meglio degli altri la bellezza non mi appartiene. Sogno di raccontare questa cultura ibridata, in altre lingue ma mantenendo una sonorità riconoscibile.
Come la camminata di una persona, riconoscibile anche se indossa vestiti differenti.

intervista a cura di Giulia Muroni

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