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Pierpaolo Piludu e Paolo Fresu ci regalano un capolavoro di emozione in musica

Ad Arasolè,un paesino ai confini del Goceano,Culubiancu è pagato per suonare le campane a morto. L’eco del rintocco “sbatte sui cipressi del cimitero e rimbomba…don…don…fino ai fichidindia intorno alle Case Rosse,fino alle vigne sassose di Carade,ai prati di asfodelo e di ferule di Oddorai…” ma il giorno di laribiancos lui suona per sé e per ognuno dei suoi amici che non è più tornato dalla guerra in Russia. Quei tocchi li vediamo propagarsi nell’aria e permearla del ricordo di quei nove che non hanno avuto la fortuna di sopravvivere con lui.

Quelli dalle labbra bianche sono gli uomini che "mangiano pane e saliva",gli affamati,gli anemici di un paese immaginario che non fatichiamo a pensare simile a tanti paesi dell’entroterra sardo negli anni ’20 che,con dignità e coraggio,andarono a combattere sul fronte russo.

Lo stesso Francesco Masala visse l’esperienza di quella guerra,durante la quale iniziò la stesura di un romanzo che è una sorta di Spoon River ma più toccante,più forte,penetrante e vero. Forse perché quella aveva la delicatezza della poesia e questo vive di una prosa drammatica.

Il testo originario è scritto in italiano ma la rivisitazione teatrale che ci propone Pierpaolo Piludu,è un continuo andirivieni tra italiano e logudorese. Perchè “il sardo è il linguaggio del grano,dell’erba e della pecora…” e restituisce al testo una forza granitica e un ritmo duro come il metallo.

Non pensiamo a questa interpretazione come ad un monologo perché la sensazione è che la scena si affolli dei personaggi del testo,grazie all’abilità di questo attore che trasfigura il volto e il corpo ora con le movenze sensuali di Giovanna la Rossa,la prostituta amata da Mammutone,un calzolaio feu,brutto come la fame,ora con la postura arcuata del fruttivendolo Tric-trac che rincorre le angurie scappate dal suo carretto,per passare alla compostezza del fabbro ferraio Pistamurru che educava alla vita con metodi antimotessoriani. C’è la distrazione sul volto innocente di Sciarlò,ci sono le mani grandi di Animamea,la sfortuna dei gemelli Andria e Matteu Coccoi e l’ormonalità di Automedonte che cura i cavalli e…le cavalle!

L’opera di Masala prende vita,ogni personaggio,con il suo bagaglio di desideri,speranze,amori,è una maschera diversa,un’anima ironica e amara che impariamo ad amare,cui ci affezioniamo in fretta e per la cui morte non possiamo che soffrire.

La tromba di Paolo Fresu sottolinea alcuni passi cucendo in musica la drammaticità della scena,un filo di note che avvolge i personaggi. Note scure,cupe,profonde e dense come il fango di una trincea. La follia della guerra la vediamo con i nostri occhi,come se quella trincea fosse lì con il filo spinato,il freddo,la fame infinita,il boschetto di betulle del caposaldo tre della linea K. Un gioco umano perverso e osceno come solo la guerra sa essere.

Nel fermo immagine finale il suono è un grido,un perché straziante che permea la scena sulla quale cala un buio silenzioso e assordante,paradossale come la guerra.

Daniela Deidda

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