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Transglobal Underground & Natasha Atlas in concerto per la prima serata del Dromos Festival
01/08/2011

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Le esibizioni del gruppo si rivelano sempre un appassionante e sorprendente viaggio musicale attraverso le culture,i colori e i ritmi del mondo.?Rimescolando elementi di world-music,ambient,dub,hip hop e techno,e recuperando idee della musica new age,l’ensemble ha messo in pista sonorità etniche al ritmo di dance. Il carisma esotico di Natacha Atlas poi,ha aggiunto al melange,nel corso degli anni,un tocco sensuale e femminile. La cantante,acclamata a livello internazionale,ha messo a punto i caposaldi fondamentali dello “shaabi” (cioè del pop egiziano di questi ultimi anni) e della “belly dance” o danza del ventre,mentre la musica dei Transglobal è,a tutti gli effetti,un caleidoscopico viaggio fra riti liberatori,segreti ritmici,estetiche gioiose,scarti improvvisi e fantasiosi. Il tutto con unico obiettivo: l’esaltazione del groove più profondo che interseca sensibilità diverse e che collega lo sfaccettato universo sonoro mondiale.
NATACHA ATLAS
Riuscire di questi tempi a coniugare tradizioni islamiche e attitudini occidentali è già operazione non da poco. Farlo ottenendo anche risultati artistici pregevoli rasenta l’impresa. Natacha Atlas vi riesce con disinvoltura da anni,sin dai tempi in cui era la chanteuse dei Transglobal Underground,una delle realtà più significative del crossover ethno-dance degli anni 90. Ma è soprattutto da solista che la cantante,compositrice e ballerina belga-egiziana ha colpito nel segno,con una babele sonora capace di catturare tanto l’etnologo musicale quanto l’ habitué delle discoteche. Un ibrido temerario,riscaldato da una sinuosa vocalità che le è valsa anche collaborazioni di prestigio (da Jocelyn Pook a Franco Battiato) e il premio come Miglior cantante al Victoire de la Musique Awards,l’equivalente francese dei Grammy. E la particolarità della sua "missione" non è sfuggita nemmeno alla presidente irlandese Mary Robinson che nel 2001 l’ha nominata ambasciatrice alla Conferenza Onu contro il razzismo. Danzatrice,cantante,compositrice: Natacha Atlas non conosce frontiere. Né artistiche,né geografiche. E’ stata lei stessa,d’altronde,durante un tour in Israele,a definirsi "una Striscia di Gaza umana",per spiegare la complessa varietà di popoli e culture che l’ha influenzata.
Natacha atlas è nata a Bruxelles da una famiglia di origini anglosassoni e medio orientali,ed è vissuta in Belgio fino ad otto anni,quando si trasferì nel Regno Unito. A diciott’anni,dopo aver viaggiato per lunghi periodi in Turchia,Grecia e medio oriente,si ritrovò a Bruxelles,esordendo come cantante professionista ospite di un complesso che suonava salsa,formata da emigrati cileni e cubani,ed esibendosi nella danza del ventre in una lunga serie di nightclubs arabi e turchi. Una volta rientrata in Gran Bretagna c’erano finalmente le basi per lanciare la sua carriera musicale.
“Ho conosciuto un paio di persone che mi hanno proposto di fare dei demo,e li ho indirizzati verso uno stile arabo-ispanico. Si trattava di world music ma al tempo non conoscevo neanche quella scena,ero estranea a quel contesto”. Attraverso un amico comune,uno di quei primi nastri arrivò nelle mani della Nation Records,un’etichetta che promuoveva fusion arabo-occidentale creata dall’ex batterista dei Southern Death Cult Aki Nawas.
“Con la Nation Records mi sono improvvisamente ritrovata in un’arena in cui si facevano festival,una situazione che funzionava”. L’etichetta ebbe poi l’idea di far collaborare Natacha con Jah Wobble degli Invaders of the Heart come vocalist principale e co-autrice per l’album Rising Above Bedlam,nominato ai Mercury nel 1991.
Nel 1992,Nation la presentò ai Transglobal Underground. “ Quello è stato l’inizio. Quando il progetto decollò lo fece per davvero e ci ritrovammo costantemente in tour.” Iniziando con Dream of 100 Nations del 1993,Natacha ha cospirato con Tim Whelan,Hami Lee e ospiti che spaziavano da Nick Page al percussionista Neil Sparkes fino a Johnny Kalsi,percussionista dhol,per fondere musica araba e nordafricana con i regni digitali del pop occidentale,della dance e del rock. “E’ stata una scuola” dice,“un apprendistato,per imparare i legami del business musicale. E ci siamo divertiti molto. E’ diventato travolgente,quasi opprimente,ma abbiamo avuto delle esperienze fantastiche e non sono mancate delle esibizioni davvero particolari.”
Tim Whelan,Nick Page e Hami Lee dei TGU la spinsero a registrare un album da solista già nal 1993,e Diaspora,registrato con membri dei TGU,miscela di dub,ibrido ritmato di dance e influenze arabe,venne pubblicato nel 1995. Halim seguì nel 1997,di pari passo con International Times del 1994,ormai un classico dei TGU,Psychic Karaoke del 1997 e l’ultimo album di Natacha con la band,Rejoice,Rejoice.
“Eravamo ormai tutti molto stanchi,e non riuscivamo a prenderci del tempo per noi. Dovevamo iniziare a fare le cose in maniera diversa.” Il 1998 vede l’ultimo tour deiTransglobal con Natacha come lead vocalist,ma se ne andò con il botto – supportando Jimmy page e Robert Plant in un tour mondiale insieme all’impetuosa Dhol Foundation. “E’ stato un periodo straordinario. E rimaniamo in contatto. Ci siamo ritrovati per un paio di show lo scorso anno,e l’anno precedente abbiamo suonato in un concerto-reunion a Budapest,occasione di grande divertimento. C’è sempre un contatto. Le nostre strade non si sono mai del tutto divise.”
In seguito ad Ayeshteni del 2001,che conteneva una cover elettrizzante del brano di Screaming Jay Hawkins ‘I Put A Spell On You’,arrivò un progetto ambient (Foretold in the Language of Dreams) con il compositore Mark Eagleton,il musicista siriano Abdullah Chhadeh al quanun e il pioniere della world e del british folk Andrew Cronshaw. Something Dangerous del 2003 contiene un duetto con Sinead O’Connor,e Mish Maoul (‘incredibile’) la vede nuovamente accanto a Nick Page per una serie di pezzi ritmati con elementi shaabi,mentre Ana Hina del 2007 risulta essere un drastico distacco dai suoi lavori precedenti in quanto pone nuovamente l’attenzione della cantante,secondo buona parte della critica,sulla sua devozione alla musica delle star libanesi Fairuz e Rabhani Brothers,dell’egiziano Abdel Halim Hafez e di altri,e la porta ad abbandonare il mondo dell’elettronica per un approccio nuovamente acustico,da ensemble,con gli arrangiamenti orchestrati da Harvey Brough.

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