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Cagliari e la guerra: dai libri di Dodero e Piludu
Presentazione di La lunga guerra di Giuseppe Dodero e Cagliari 1943 di Pierpaolo Piludu
14/06/2013

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Presentazione di La lunga guerra di Giuseppe Dodero e Cagliari 1943 di Pierpaolo Piludu – illustrazioni di Sabrina Piras.

La lunga guerra

La distinzione tra il romanzo e il racconto è un’esercitazione scolastica che appassiona,talvolta,i cultori della critica letteraria e,forse un po’ meno,i cultori delle buone letture. Credo che tutti concordino nell’escludere la dimensione,cioè il numero delle pagine,quale elemento fondamentale di valutazione qualitativa e di caratterizzazione culturale delle due espressioni narrative. Non paiono caratterizzanti neppure la complessità delle vicende narrate,il numero dei personaggi e lo sviluppo temporale.
È verosimile che nel romanzo,in conformità al suo modello originario,si possano specificare,più che nel racconto,dettagli narrativi,aspetti ambientali,osservazioni psicologiche e rapporti sociali con una maggiore disponibilità,la cui ampiezza determina la dimensione stessa della narrazione.
Il racconto realizza l’impegno (peraltro non sempre raggiungibile) di un identico risultato,con un linguaggio e una forma espressiva che,con la densità e la brevità,ne caratterizzano la singolarità rispetto alle altre forme letterarie. A entrambe le forme narrative si può attribuire,non necessariamente,l’appartenenza a uno dei cosidetti “generi letterari”: dal sentimentale al giallo,dallo storico all’epistolare. Il romanzo si caratterizza,generalmente,per la complessità della vicenda narrata o per il coinvolgimento di più elementi di una famiglia,di una società,di un’istituzione pubblica o privata.
Il racconto si riferisce,generalmente,a un ambito più ristretto,fino allo svolgimento di vicende individuali. Al racconto,del resto,è stata attribuita una struttura narrativa ispiratrice del romanzo e di altre forme letterarie e artistiche.
Il tentativo di ricondurre le due forme espressive entro schematismi,in ogni caso arbitrari e poco definibili,ha prodotto l’individuazione di romanzi brevi e racconti lunghi,quali forme intermedie,non necessariamente e non facilmente condivisibili.
Quale delle due espressioni narrative abbia diritto al titolo di manifestazione artistica letteraria è un quesito inutile ed è materia di una insoluta aporìa. Accade,invece,che le due forme trasmigrino e si confondano,secondo la fantasia degli autori,dimostrando l’improponibilità del dilemma. Basta ricordare il Decamerone medioevale,i racconti “a cornice” e le più recenti opere di Joyce e di Svevo,che aprono (con tecniche narrative diverse) il modernismo letterario. Un’interpretazione più attuale sono le short stories dei diversi generi.
Ha scritto Federico Pellizzi (2005): “Il racconto come genere è stato a lungo trascurato dalla critica e dalla teoria. Dopo alcuni interventi classici (Poe,Matthews) e qualche lucida incursione formalista (Ejchenbaum),bisogna aspettare gli anni Sessanta del Novecento perché ritorni vivo l’interesse teorico e critico per il racconto breve.”
Accade pure che i racconti,brevi o lunghi,siano considerati,sbrigativamente,una sintesi di romanzi o,nel peggiore dei casi,un riassunto scolastico di essi. Le raccolte di racconti,a loro volta,sarebbero considerate un espediente editoriale (o commerciale) per dare spessore a composizioni letterarie eterogenee e ridotte. Altre volte tali raccolte costituiscono l’organica sequela di capitoli,apparentemente autonomi,di un’unica narrazione,prossima al romanzo.
La presente raccolta,con un titolo comune,non ha questa caratteristica e i singoli racconti godono della più completa autonomia formale e concettuale. Essi,quindi,sono disomogenei e non vi è continuità narrativa tra di loro. Tuttavia,hanno la pretesa di dare una risposta (o una interpretazione,sia pure limitata e arbitraria) all’idea secondo la quale,nel susseguirsi delle vicende particolari della vita quotidiana,esistono i segnali – più o meno palesi – della persistenza delle singole guerre,apparentemente intervallate da periodi di pace. Senza che ce ne rendiamo conto,e senza il conforto dell’ufficialità e della memoria storica,viviamo,inconsapevolmente,in un’unica “lunga guerra”,nel corso della quale si avvicendano episodi il cui diverso livello di pericolosità (o di conflittualità o di disagio) simula una apparente discontinuità e indipendenza di ogni conflitto. Gli effetti negativi,grandi o piccoli,sociali o individuali,di ognuno di essi si protraggono,si sovrappongono fino all’insorgere del conflitto successivo,come se l’umanità non tollerasse quello stato intermedio definito “pace”.
Il diverso punto di osservazione di ognuno di tali effetti consente di vedere dettagli diversi,non sempre ci permette di riconoscerne la provenienza e di ipotizzarne gli sviluppi. Infatti,chi descrive la cronaca riesce con difficoltà a riconoscere la storia.
Perciò,forse,non ci accorgiamo che ogni guerra assicura la continuità delle nostre generazioni,collega tra loro gli episodi della nostra vita,diventa il tramite del linguaggio,della cultura,della memoria personale e collettiva.

Cagliari,1943
La guerra dentro casa
Racconti e percorsi teatrali. La memoria attraverso gli occhi e le voci dei bambini del ’43

Giuseppe Mocci

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