A Sassari nell'ex Convento del Carmelo una mostra fotografica sul tema della "violenza giovanile"

Menotrentuno_III. Il reportage di autore che dalla Sardegna apre una finestra sul mondo

La biennale di fotografia arriva alla sua terza edizione. Un traguardo importante, Uno sguardo al passato e uno al presente per fare il punto del lavoro di questi anni.

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Che l'esistenza sia fatta da un insieme di istanti unici e irripetibili è un dato di fatto, ma che ne sarebbe se non fosse così? Cosa accadrebbe se un “eterno ritorno” circolare ci permettesse di vivere ogni momento della nostra vita, sia i più belli che i più brutti, senza che la storia svanisca in un'ombra sempre più debole fino a lasciare la sua eredità alla memoria?

Sarebbe di sicuro una bellissima invenzione, e di certo nell’eterno ripetersi non mancheremmo di dare rilievo a quelle realtà a cui la storia spesso non rende giustizia, a quei dettagli che solo uno sguardo attento e distaccato dall’incessante scorrere del tempo riuscirebbe a cogliere.


Le immagini possono fornire un parziale antidoto all’infausto perdersi della memoria ma anche uno strumento per interpretare la realtà, osservarla da un altro punto di vista attraverso il fermarsi del tempo. Un’ istante infinito, che è possibile rivivere semplicemente rivolgendo lo sguardo verso l’altro, l’altro da noi, l’altro inteso come inesauribile serbatoio di aspetti differenti.
Oggi più che in qualsiasi altra epoca l’importanza di tutto questo è sottolineata dal bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti puntualmente dai media ma anche dalla facilità con cui è possibile scattare un’ “istantanea” (che mai come oggi con l’avanzare della tecnica è stata così istantanea).

Se infatti l’immagine è talmente abusata, da anestetizzare lo sguardo alle immagini più crude fino ad annularne il loro significato e farle divenire stereotipi di massa allora è necessario fermarsi a riflettere, fermare per un attimo il tempo e cercare nuovi punti di vista.

Nell’intento di fornire nuove metafore sulla realtà contemporanea la mostra “Menotrentuno_III”, curata dall’associazione Su Palatu Fotografia é più che un 'esposizione di fotografica, è il luogo ideale per cercare nuovi spunti di riflessione, una duratura collezione di immagini da osservare in un ambiente asettico, distaccato da influenze esterne in cui i visitatori possano finalmente riappropriarsi del proprio tempo.

La mostra è alla sua terza edizione e ha come scopo quello di riunire il meglio tra le nuove generazioni di fotografi internazionali, al di sotto dei trentun’anni. Il punto di vista dei giovani è un elemento fondamentale del lavoro svolto, le mostre intendono infatti rappresentare il mondo dal loro punto di vista e più generalizzando dalla parte di tutti coloro che vivono questa condizione.

Ma vuole essere anche un modo per riscattare la loro immagine in relazione a quella dei loro genitori che negli anni settanta hanno fatto la "rivoluzione". La nuova rivoluzione culturale infatti si muove in una società liquida segnata dalla globalizzazione e dai rapporti umani che si fanno sempre più sottili. In questo contesto ora più che mai si afferma la necessità di affermare lo spirito della comunità ma allo stesso tempo affermare una propria identità all’interno di un proprio territorio/spazio ben definito.

La nuova rivoluzione culturale nasce anche qui, quindi, in questo ciclo di mostre e nella volontà di emergere dall’alienazione e cambiare le carte in tavola di una società che spesso non ci appartiene.

Anche l’elemento dell’internazionalità dei fotografi è di grande rilievo. “Sardegna chiama Europa” è per certo il sottotitolo della manifestazione, un richiamo che attraversa il mare per allargare i confini territoriali/mentali che la nostra isola a volte ci impone. Il mondo è un unico palcoscenoco e noi siamo gli attori, non c’è verità che non ci riguardi e solo aprendoci all’esterno sarà possibile comprendere appieno la nostra realtà.

Quasi a voler sottolineare tutto questo, anche quest’anno l’ edizione si è svolta in vari luoghi, 15 per la precisione, ovvero alcune tra i più significativi centri della Sardegna quasi a volerla abbracciare per intero perché in fondo l’arte è un bene di tutti.

L’argomento fil rouge di Menotrentuno_III è la “Giovane violenza” (2011) ed è il proseguo di altre due edizioni dal tema “ Tourism Revolution” (2006) e “Delirio Giovane” (2008).

2006 "TOURISM REVOLUTION"

Durante la prima edizione che ha fatto da battesimo alla fortunata serie rappresenta il tentativo di analizzare il fenomeno del turismo, così importante nella nostra isola, superando l’aspetto meramente economico, per analizzare la sua natura antropologica.
Di grande rilievo sono i lavori di Charlotte Lybeer artista belga, classe 1981, che esplora l’ oggettività di “non luoghi” quali residence di villeggiatura in Europa, Stati Uniti e Sud Africa. Le immagini ritraggono anziani intenti in un divertimento artificiale, completamente pianificato e dove gli abitanti del luogo sono costretti in una continua farsa che serve a mantenere il "loisir" dei loro ospiti.

Altro artista che ha colpito la mia attenzione è Mindaugas Kavaliauskas che descrive un luogo di vacanza inusuale in Lituania testimone di ciò che rimane dell’eredità sovietica. Le immagini descrivono luoghi decadenti, ovvero tutto ciò che va al di là dello stereotipo asettico destinato all’ignaro turista di turno. Lampadari rotti, finestre a cui mancano i vetri, carte da parati lacerate, l’istantanea di un luogo lontano dai fasti degli anni di gloria ma che ora vive di una nuova luce.

2008 "DELIRIO GIVANILE"

La seconda edizione vede come protagonista il “Delirio Giovanile”.
La parola “delirio” così forte e di grande impatto, così abusata ai giorni nostri può far pensare a immagini scioccanti, droga, alcool, e quant’altro ma la mostra vuole tenersi ben lontano da questi stereotipi giovanili. Il delirio giovanile è inteso nell’incessante scambio di testimone tra vecchie e nuove generazioni, croce e delizia di ogni epoca e incessante argomento di discussione.
Da sempre infatti l’atteggiamento dei giovani è stato nel mirino dei più anziani che sistematicamente affermano “che ai tempi loro…beh..era tutto diverso” ma i giovani di oggi non sono forse il prodotto dei giovani di un tempo?

A partire da questa riflessione avrà inizio il filone dedicato ai giovani e al loro concetto di gioventù in relazione a quei tratti che la caratterizzano. Il delirio in particolare è un elemento che caratterizza un po’ tutte le culture ovvero quella sindrome che vede varietà di stati mentali confusionali in cui l’attenzione, la percezione e la cognizione del soggetto appaiono significativamente compromesse.

Le forme di delirio prese in considerazione sono le più svariate, a partire dal delirio del costume, nel reportage “Ragazze suicidio/ragazze velate” di Elin Berge che racconta la storia di donne che hanno deciso di andare oltre l’immagine proposta dai media della “femmina ideale” aderendo a un sito “suicidegirl.com” ovvero una vetrina in cui ogni anno milioni di ragazze esprimono la loro sensualità in modo del tutto personale. E poi l’altra faccia della medaglia ovvero donne mussulmane che vivono in Svezia e portando con fierezza il velo. Due tipi di donne differenti ma icone della cultura moderna e comunque due scelte di vita che nel loro personalissimo delirio, si oppongono ai canoni imposti dall’esterno decidendo di essere qualcos’altro rispetto all’omologazione generale.

C’è anche il delirio “dell’utopia allargata” di Hedving H. Natving ovvero il ritratto della società che evolve in nuove forme di comunità del tutto inaspettate. Parliamo del popolo dei “geek” appassionati della realtà virtuale, scienziati dell’informatica che anelano un sapere collettivo condiviso nella rete. In fine l’esatto opposto, il “delirio della normalità” di Emanuele Cremaschi, la normalità di quei giovani che lavorano la terra come facevano i loro avi il cui sogno più grande è raccogliere i frutti del loro sudore.

2011 "GIOVANE VIOLENZA"

L’edizione 2011 che ha come fulcro la giovane violenza, argomento attualissimo e doveroso in relazione agli avvenimenti contemporanei che vedono ancora una volta giovani protagonisti alla riceca di una via per esprimere se stessi. Anche in questo caso il termine “violenza” richiama subito alla mente immagini strazianti, quali guerriglia urbana nelle piazze, l’ aggressività negli stadi, razzismo, guerra.

Ma questa parola affiancata al termine “giovane” vuole più che altro esprimere l’impeto dell’irrompere con decisione delle giovani generazioni rivelando la loro voglia di emergere, attraverso il linguaggio del loro corpo, azioni e pensieri.

La violenza è quindi espressa sotto diversi punti di vista più o meno espliciti, quali per esempio il reportage “follia accanto” di Fabricius Anna in cui giovani donne difendono i loro figli con utensili domestici, da dei nemici invisibili. Il nemico invisibile è il ruolo a cui la donna di casa da anni è costretta, il ruolo subalterno rispetto all’uomo che invece si reca tutti i giorni a lavoro fuori dalle mura domestiche. La responsabilità che la donna ha nel mantenere questo ruolo la rende guerriera in un eterno scontro con lo stereotipo in cui si sente costretta e la realtà della difficoltà nel gestire tutte le insidie che il suo compito le tende quotidianamente.

In “teatri di guerra” Mikel Bastida si cala nei panni del fotografo durante la Seconda Guerra Mondiale ricostruendo come fosse un set cinematografici situazioni di battaglia tratte da fotografie originali dell’epoca, filmati o films. L’arteficio della rappresentazione scenica è subito svelato dalle immagini non a caso a colori anziché in bianco e nero. Si tratta quindi di una violenza artificiale e non autentica che vuole simulare le tristi immagini abusate dai media, che per la loro costante ripetizione e presenza diventano giorno dopo giorno vuote nel loro significato.

La violenza espressa da Andreas Laszlo Konrath in “Toott’ umpare” prende in considerazione gruppi di giovani appartenenti a gruppi Punk Rock nella loro volontà di appartenere a una comunità più ristretta rispetto al globale che avanza. I giovani ritratti condividono abbigliamento e cultura musicale rielaborando in chiave moderna una subcultura nata nel Regno Unito a metà degli anni settanta, a volte troppo vicino ad ambientazioni naziste, ma in questo caso, rappresentato unicamente come volontà di trasgressione e comunque come manifestazione decisa e dissacrante di appartenenza ad un gruppo.

In fine il lavoro di Joao Pina “bande giovanili” uno dei pochi artisti a rappresentare realmente immagini di violenza nuda e cruda con l’intento di documentare ciò che accade nelle favelas confinanti con la città di Rio. Rio de Janeiro con circa 10 milioni di abitanti è una delle città più violente al mondo con una media di 18 persone uccise da arma da fuoco al giorno negli ultimi 20 anni. I giovani rappresentati imbracciano fucili o sono sotto il mirino delle forze armate, si tratta di immagini crude che colpiscono a fondo ma ciò che lascia stupefatti è l’immagine di centinaia di turisti che da un promontorio fotografano la baia della città di Rio. La violenza di milioni di sguardi che ogni anno passano incuranti di quello che accade in tutte quelle periferie abbandonate dal resto del mondo.