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 E pietraie, come spade vendicatrici, si staccano dai costoni e fichi poderosi.

Bacu Mudaloru - Ogliastra

Mudaloru: il Dio vendicatore.

31/08/2011 12:29:00
matteo marteddu
Reporter Gold
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Mudaloru: il Dio vendicatore.

Si, il nome non evoca le ninfe del bosco, ma una divinità che su quel bacu impervio e selvaggio, devastato e saccheggiato in 50 anni, con i lecci e i terebinti, chessa ‘e monte, rasi al suolo per il carbone, esercita ancora il suo potere di vendetta riparatrice.

E pietraie, come spade vendicatrici, si staccano dai costoni e fichi poderosi si riappropriano dei camminamenti e lui, il Dio benevolo e vendicatore, vigila. E’ un bel camminare, d’agosto, in quel bacu.
Partiamo presto, dopo la notte in sacco a pelo, a Porteddu. Piero e Tore Mereu, generose e indomite guide, Tore Bosu, Filippo, Roberto, Gigi, Tina, Maria Giovanna, Rosy, Carla, oltre me.

Rappresentiamo la Sardegna, dalla Barbagia, al Marghine, a Sassari, al Sulcis…. Lingue diverse, determinazione comune. 7,30 in marcia. Bivio Ispuligidenie, breve pista per l’ovile dove il cane saluta già l’alba. Si gira a destra, su un pezzo senza significato, sembra; ma ci immette nel canalone, e via. Un vecchio rudere di ovile con le sue moderne corazzate di filo spinato, ci offre l’idea di passato e presente. Mudaloru inizia; è scosceso, spoglio, pochi lecci e terebinti, con fatica strappano lembi di terra.

Duro il loro sopravvivere. Chiare e pesanti le tracce del saccheggio. Testimoni inceneriti le carbonaie. La scala e fustes ci piomba giù; pietraia franosa. Le frane sono la risposta del Dio Mudaloru. Camminiamo affascinati, destra e sinistra, inizia ad apparire il mare, la costa di Gonone incastonata in una finestra che sovrasta la strettoia. Le piazzole carbonili sembrano profanare la gola, sono sospese, quasi disegnate dall’architetto dei giardini pensili di Babilonia. Seguono e interrompono il sentiero.

Le rispettiamo; d’altronde anche loro grondano fatica, sudore e storia. Quella che chiamano la terrazza, la carbonaia da dove forse dirigevano i traffici di scarico nel fiordo di un mare cristallino. Incrociamo, e ci inchiniamo, il Selvaggio Blu; i più coraggiosi ne sfidano un tratto. Scendiamo sulla spiaggetta di ciottoli bianchi, emersa, come Venere dalle onde. Il presente è testimoniato dalle brutture: plastica, mondezza varia… si, è il nostro presente.

Infreddoliti; perché Mudaloru non regala nel suo percorso neanche un raggio di sole. Lo vogliamo abbandonare; la risalita su una delle tremende frane per uscire a Bruncu d’Urele, nome più gentile e sembrerebbe, là sulla destra più accogliente.

E’ dura la frana, impegnativi i passaggi stretti.. più cuore, forse, meno gambe. La grotta, antro di Polifemo, suggestiva, ricca di acqua, bene prezioso. Sosta con menù regionale… per ricominciare in salita. Instancabili Piero , Carla e Tore Mereu; preoccupati gli altri. A naso in sù su D’Urele; niente da fare, l’ingresso non si trova, anche la tecnologia si piega a Mudaloru che ci riingoia nella sua pancia in salita.

Ci rivuole li, nel suo percorso; lo accontentiamo, soddisfatti, dopo quasi 12 ore alle macchine, alla borsa frigo di Tore Mereu, rigenerante. Tina, Maria Giovanna, Carla, Rosy: sorrisi e freschezza, ottima confortante compagnia. Abbiamo riconciliato un pezzo di mondo con la divinità vendicatrice.