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 Si dice che ogni periodo è quello giusto per andare a Calaluna.

Calaluna: Sogni bianco-blu

Racconto di un'escursione di una domenica di metà aprile a Calaluna

15/04/2013 09:58:00
matteo marteddu
Reporter Gold
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Si dice che ogni periodo è quello giusto. Per andare a Calaluna.

Ma oggi, domenica di metà Aprile, dal caldo sapore estivo, la fortuna e il sole si adagiano sulle nostre facce arrossate.

Con il gruppo Sentieri di Barbagia. Voci di persone che vogliono buttare inverno, pensieri e tristezze, dietro le spalle e dietro le falesie di Gonone.

Partiti da Orotelli, di buon mattino. Tanti nomi, da Piero, Tore, Antonio, Luca, Paola, Tina, Pasqualino, Francesco , Anna Maria e altri e altre, scarponi e zaini, volontà e sogni.


All’uscita dalla galleria, la finestra della Cala di Gonone si spalanca, immensa, col sole che batte sul calcare bianco, col mare, laggiù, distesa di cielo immobile nei suoi colori di verde e blu.

Da Fuili, gradini ripidi per la prima Cala e i ciottoli lavorati dai secoli.
La salitella è dura, anche il vociare di Antonio si fa silenzio.

Per proseguire e calpestare il sentiero dei carbonai e dei caprai. Distesa di foresta verdeggiante, ginepri e filliree, che penetra il bianco della roccia; il tutto incontaminato, sempre, selvaggio.

Perché alla nostra sinistra ci accompagna quel blu che ti toglie il fiato. E si parla e si condivide. Quelle pietre che rotolano verso il mare, come i sogni per una giornata senza aggettivi. Il sole batte.

Fresca la grotta di Oddoana, ombrosa e annerita dalla fuliggine di uomini che per chissà quanto tempo l’hanno frequentata.
I segni della devastazione dei carbonai sono ormai paesaggio, essi stessi !

Focaie appena accennate e, per nemesi naturale, ricoperte di verde intenso; incrocio continuo di mulattiere, orientate agli zatteroni in rada nelle cale, per portarsi via la Sardegna bruciata e annerita; i ruderi delle “dispense”, luoghi forse di ristoro, per lavoratori resi schiavi.
Per noi, oggi, è solo stupore e suggestione.

Si stagliano i faraglioni di Cala Luna, Cala Sisine, i boschi di lecci e ginepri che degradano su Mariolu, Biriala, Mudaloru; la guglia di Goloritzè e il capo di Monte Santu che fende e spezza in due il golfo.

Da su la spiaggia bianca della Cala e’llune appare distesa, addormentata; ha accolto e metabolizzato l’acqua della codula, dagli altipiani di Teletottes e dalle strettoie de Scala ‘e S’arga. D’acqua è rimasta una striscia che ci costringe a togliere scarponi e a provare il brivido della prima immersione.
I ciottoli di calcare sulla spiaggia acchiappano i raggi di un sole d’estate d’aprile, in questa Sardegna unica.
Le pinne di due delfini, a cinquanta metri da noi; fieri in un gioco di libertà, prima del gran casino, tra qualche mese. Mare di cristallo, grotte che degradano verso le onde lievi, blu e trasparenti. Siamo qui, sembra un sogno, è realtà. Il ritorno è sudore, fatica e malinconia. Sogno che svanisce. Pronti a tornare, naturalmente. Aprile 13 Matteo Marteddu


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