Al Teatro Massimo una trasposizione coinvolgente e drammatica dell'imponente romanzo di Dostoevskji

I fratelli Karamàzov: una finestra sull'anima umana

Il senso dell'umano vivere tra amore e odio, religione e ateismo, bene e male, verità e giustizia

Daniela Deidda di Daniela Deidda - Reporter: Daniela Deidda

Ecco la ricetta per mettere in scena una siffatta opera: consapevolezza delle proprie capacità, una profonda conoscenza della materia letteraria, una buona dose di coraggio e un pizzico di follia. Il regista Guido De Monticelli coordina le compagnie teatrali del Teatro Stabile della Sardegna e quella del Metastasio della Toscana, realizzando uno spettacolo dal forte impatto emozionale e ci restituisce l'ultima opera dello scrittore russo su un palco dalla scenografia essenziale e cupa come il peso delle colpe e delle paure che trasudano dal romanzo stesso. Scoperchia un vaso di Pandora liberando dubbi vischiosi che aleggiano nella platea alla ricerca di nuove dimore mentali da occupare abusivamente.


"I fratelli Karamazov", nella loro complessità letteraria tra narrazione e filosofia, segnano la tappa finale di un percorso esistenziale tormentato e visionario fatto di sofferenze, drammi, malattie ed esilio. Dostoevskij lascia un patrimonio di riflessioni che compendiano il senso dell'umano vivere tra amore e odio, religione e ateismo, bene e male, verità e giustizia ma, come i filosofi, non regala risposte semmai offre occasioni di pensiero. E i pensieri frullano come fragili ali d'uccello che impattano contro pareti specchiate che illudono profondità. Il tentativo di aggrapparsi a piccoli appigli vitali rimane deluso come mani tese su un baratro infinito al cui fondo baluginano frammenti di speranza.


Tutti i personaggi, cesellati con perizia nella loro interiorità lacerata, contradditoria, impetuosa e passionaria, costantemente alla ricerca di verità assolute, ruotano attorno alla figura di Alëša, “l'uomo puro che sa leggere nel cuore degli altri, capace di accettare il male perché sa che non è mai disgiunto dal bene”. Attorno a questo baricentro, apparentemente saldo, tutti oscillano pericolosamente tra salvezza e dannazione richiamati da quella voglia di vivere con le viscere e con il ventre e ci ricordano che “il segreto dell'esistenza umana non è vivere per vivere, ma avere qualcosa per cui vivere”.

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